Beit-ed-dine può essere tradotto come “casa della fede”. Il riferimento è a un preesistente eremo dei drusi nel luogo dell’attuale palazzo e del villaggio che lo circonda. Esempio tipico dell’architettura libanese dell’inizio dell’Ottocento, il palazzo di Beiteddine fu costruito per iniziativa dell’Emiro Bechir II Chebab che si servì di architetti italiani e di artigiani siriani. Bechir lo utilizzò come sua residenza e sede del governo fino all’esilio forzato nel 1840 quando l’Emirato fu soppresso dagli Ottomani. Le autorità turche ne fecero la residenza del governatore della regione.
Fu poi utilizzato dai francesi dopo la prima guerra mondiale a fini amministrativi. Dopo i necessari restauri, con l’indipendenza del Libano nel 1943, il palazzo diventò residenza estiva del Presidente della Repubblica. A questo ruolo di prestigio si è aggiunta la creazione di un Museo Il risultato è che oggi Beiteddine costituisce una delle principali attrazioni turistiche del Libano.
Il palazzo è organizzato intorno a tre diversi cortili. L’ampio cortile esterno (midan), di forma rettangolare allungata, era destinato agli incontri pubblici e agli eventi (cerimonie, feste, spettacoli, gare). Lo affiancano gli appartamenti destinati agli ospiti. Sul fondo del cortile c’è una doppia scalinata che sale all’ingresso del cortile centrale. Questa scala è detta ‘del capitombolo’ perché, secondo la tradizione, una pecora in fuga dalle cucine, sfuggita al coltello del macellaio, con una testata fece cadere sulla rampa un eminente pascià.
Lasciato l’austero cortile esterno si entra ora nel cortile centrale, ricco dell’acqua delle fontane e circondato da incantevoli architetture. Il cortile si apre sul panorama della valle e sul giardino alberato. Ai lati sono le sedi degli uffici del ministro dell’emiro e della burocrazia di corte. Sul fondo del cortile campeggiano la facciata e la porta monumentale degli appartamenti privati dell’emiro.
Sul cortile si affacciano curiosi balconi di legno con i vetri schermati (chiamati comandaloune) che consentivano agli abitanti di osservare gli arrivi senza essere visti. L’accesso all’appartamento privato e all’harem di famiglia è segnalato dai rilievi di un volto stilizzato e due mani che coprono gli occhi: si tratta di un richiamo alla privacy e di un invito alla discrezione.
La porta monumentale d’ingresso, con i suoi intarsi di marmo colorato, è bellissima. L’insieme è considerato una delle più belle opere dell’arte orientale ed è valso a Beiteddine il soprannome di ‘Alhambra del Libano’.
Una sala d’attesa si apre sulla sala dei ricevimenti (chiamata selamlik, dalla parola salam che significa "saluto" o letteralmente "pace"; si pensi all'espressione italiana salamelecco che si riferisce al saluto arabo salaam aleikum, "pace a tutti voi"), quest'ultima decorata da mosaici, sculture, marmi colorati e iscrizioni.
I soffitti sono di legno di cedro scolpito e dipinto, impreziosito con motivi calligrafici arabi. Con una guida è possibile proseguire la visita nel terzo cortile e negli appartamenti interni.
Il Museo è stato ricavato nelle ampie scuderie del palazzo (l’emiro aveva a disposizione seicento cavalieri con i relativi cavalli). Vi sono esposti i mosaici risalenti al quinto e al sesto secolo che provengono dal sito archeologico di Jiyeh, l’antica Porphyrion. I motivi geometrici si alternano alla raffigurazione degli animali (leoni, leopardi, gazzelle, bufali) e alle scene di tema religioso. Altri mosaici coevi e di provenienza diversa sono esposti nei giardini.
(Articolo pubblicato dall'autore sul proprio blog il 26 aprile 2019 e qui ripubblicato con il consenso dello stesso, permalink all'articolo originale: https://wp.me/p3L1ab-1XN. Fotografie dell'autore.)